IL CULTO DI SANT’ANNA IN APOLLOSA (1731 - 1992)

Il culto per S.Anna ha radici antichissime in Apollosa, ancora oggi testimoniato dal fervore che il popolo prova per la santa protettrice del paese. Sono 261 anni che l'abitato riconosce alla Madre di Maria il patrocinio sacro sugli eventi della vita, anche se è probabile che, al di là dei dati ufficiali che ancora si conservano, la devozione per S.Anna abbia origini anche precedenti al XVIII secolo.

In un documento del 1731 che abbiamo rinvenuto nel Registro dei Legati di 5. Messe è testimoniato il primo trasferimento della statua lignea della Santa dalla Chiesa di San Domenico alla Taverna a quella arcipretale di Apollosa e l'istituzione, ad opera dell'abate della Collegiata dello Spirito Santo di Benevento del primo legato di 5. Messe in onore di S.Anna, da celebrarsi il giorno 26 luglio di ogni anno: è praticamente l'istituzione ufficiale della solenne devozione del popoio e dei festeggiamenti in onore della Santa, che tranne brevi parentesi non ha mai subito interruzioni.
Interessante ai fini di una interpretazione del fenomeno socio-religioso, riportiamo il testo nella versione tradotta da mons. Pasquale Mazzei: "11 giorno 20 giugno 1731, nella località di Apollosa, nella casa del reverendo Signor Geronimo Fiorenza, Arciprete del suddetto luogo" (...) per Notar Nicola Fiorenza viene costituito, dall'Abate mitrato D.Geronimo Lucarelli, della Insigne Collegiata di S.Spirito in Benevento, un legato di S Messe, tra cui una da celebrarsi nel giorno 26 luglio di ciascun anno, in onore di S. Anna. Di questa Santa il detto Abate, essendo ospite di casa Fiorenza, ebbe l'onore di traslare la "nobilissima statua dalla Chiesuola della Taverna, a questa <di Apollosa -n.d.r. } Chiesa Arcipretale con infinito concorso del popolo la terza festa di Pasqua di quest'anno di questo stesso anno (1731), giorno in cui detto SignorArciprete predicò con infinita soddisfazione di tutto il popoìo e profitto dell'anima". I1 15 aprile del 1732, quindi poco meno di un anno più tardi, dietro pressante richiesta dei fedeli, Sua Eccellenza mons. Giovanni Nicastro, arcivescovo di Benevento, donò alla Chiesa di 5. Maria dell'Assunta di Apollosa una teca argentea contenente la reliquia autentica di un frammento d'osso della Santa, con la facoltà di esporla alla venerazione del popolo. Conserviamo fortunatamente il testo in copia della concessione episcopale. da cui si evince tutta la solennità dell'evento. Dal 1731 la statua a mezzobusto di S.Anna con il Bambino ha sempre trovato posto in un nicchio posto sopra l'Altare Maggiore, dove ancora si vede. Attraverso il trascorrere dei secoli, la devozione del popolo ha attribuito innumerevoli miracoli alla Santa patrona del paese. Valga per tutti quello riportato dall arciprete, d. Nicola Finelli, in un notiziario del 1959:
"...E da ricordarsi in maniera speciale l'intervento Suo soprannaturale, quando, scoppiato il colera e perdurante già da un mese e venti giorni, il di 8 agosto 1911, dopo una processione di penitenza con la statua della Santa attraverso l'abitazione, cessava im- -provvisamente, liberando gli animi dalla terribile afflizione..." Uno dei più accesi propagatori del culto di 5. Anni fu senza dubbio l'arciprete d.Pasquale Mazzei, parroco di grande vitalità civile e religiosa. Egli fece abbattere e trasformò l'intero presbiterio, il primitivo Altare Maggiore e la sede ove trovava posto la statua, dei quali conosciamo le fattezze grazie ad una rarissima illustrazione del primo Novecento. Così, ad esaudimento di un voto fatto nell'agosto del 1911 ridefinì l'abside, le modanature, i fregi e gli stucchi, il paliotto e la parte superiore dell'Altare, laddove commissionò un baldacchino marmoreo di buon gusto, atto ad ospitare il simulacro restaurato della Santa: i lavori durarono tre anni e, finalmente, il 29 agosto 1914, otto anni dopo il suo insediamento parrocchiale nell'Arcipretura dell'Assunta in Apollosa, lo inaugurò alla presenza dell'arcivescovo Giuliano Tomasuolo, del sindaco, Giovanni Stefanelli e della popolazione tutta. L'inaugurazione e la consacrazione del nuovo Altare Maggiore e del marmoreo Trono di S.Anna sono ricordate da due epigrafi fatte apporre dal Mazzei ai lati del presbiterio. Inoltre, per rimandare ai posteri la memoria del lI Centenario del culto di S.Anna nella Chiesa Arcipretale di Apollosa ed, al tempo stesso, lasciare un segno sensibile del XXV anniversario del suo possesso canonico della parrocchia di S.Maria dell'Assunta (1906- 1931), mon signor Mazzei fece fondere e collocare sulla torre della Chiesa una nuova campana ricordo. Ma il culto e la devozione per S.Annà si esprimono, soprattutto per chi è costretto a vivere lontano dalla sua terra natìa, con il desiderio di ritrovarsi e di vivere in festa pochi giorni con parenti ed amici. E così nasce la festa di S. Anna, occasione nostalgica di ogni emigrante apollosano e segno tangibile, con le offerte che essi inviano da ogni parte del mondo. di sentirsi vicini ai loro Cari e alla loro Santa patrona. Di grande sensibilità e dolcezza è una lettera aperta che il comitato dei festeggiamenti inviò agli emigranti nel 1959; abbiamo ritenuto di pubblicarla, dopo 33 anni, e farla conoscere ai giovani di Apollosa, per i motivi di grande attualità che richiama: "Grande è stata ed è la venerazione per S.Anna degli Apollosani espatriati in tutto il mondo. Mentre i compaesani sparsi per l'Italia rientrano in tale occasione per rendere omaggio alla loro Protettrice, quelli, invece, residenti all' estero, non potendo fare altrettanto, inviano offerte che vengono rese pubbliche in Chiesa suscitando ammirazione fra il popolo, a cui torna caro il ricordo di parenti ed amici. Possiamo quindi dire che mentre tante miglia ci separano, S.Anna ci unisce spiritualmente. Un desiderio nostalgico afferra ogni emigrato: quello di trovarsi presente a questa festa con ogni sua manifestazione. Spera un giorno di poter tornare per ritrovarsi con parenti ed amici festanti. Egli così ricorda allorchè spinto dalla miseria, si recò lontano in cerca di paneper i suoifiglioletti eper l'eletta del suo cuore , dalle cui braccia si staccò tremante e dolcemente mormorando: "Sii tranquilla, la cara S.Anna mi accompagnerà". Nella certezza di vedere un giorno realizzate le sue aspirazioni, l'emigrato invia oggi la sua offerta, prova anche del suo attaccamento al paese natio ed alla gloriosa e cara S.Anna. (...) S.Anna, simbolo fulgente della nostra terra natale, vi benedica ed accolga i vostri voti.". Ancora oggi, noi crediamo, lo spirito con cui si festeggia S.Anna è lo stesso: uguale è l'affetto che il popolo di Apollosa rivolge alla madre di Maria. E per concludere, un tocco di costume e di richiamo alle nostre consuetudini passate ci giunge da una delicatissima prosa di leopardiana memoria, composta nel 1914 dal giovane Celestino Stefanelli, che 12 anni più tardi sarebbe diventato primo podestà di Apollosa, in cui l'autore descrive con grande accoramento l'animo sereno e la semplicità della gente di Apollo sa nel giorno più atteso dell'anno: "Quest'alba perlacea non pare proprio simile a quella di ieri o di ieri l'altro. Quel biancicare lontano, sul limite dell'orizzonte, accennante ancora ad un orlo di cielo, in cui appare incerto il palpitare di qualche stella, non è offuscato dal fumigar di nebbie o nuvolaglie. E le campane si svegliano in un sussulto, in un fremito, in una sonorità, e lo scampanio giocondo, ampio, ondeggiante si estende nell'aria, si propaga di colle in colle, risuona tra i monti e sul piano. E svelte s'inalzano le bombe carte, mulinando nell'aria, prima di scoppiare nei colpi tuonanti. E la gente si leva, si segna la fronte, benedice il Signore, invoca la Santa Patrona. I bimbi si svegliano, sorridono e gridano: Oggi è festa, mamma, il vestito nuovo. E il giubilo è in tutte le case in un chiacchiericcio indistinto, in un fragrante odor di bucato, di camice pulite, in un ondeggiare di fazzoletti variopinti, di garofano tolti dalla finestra, anzi ivi conservati proprio per oggi, in un luccicare di scarpe nuove, in uno spiegarsi di cotonine ancora dure di amido e odorose dei colori d'anilina delle tinte. Sulla piazza e ai lati della via si rizzano le barracche dei rivenditori ambulanti, che mettono in mostra le loro mercanzie invitando a comprare. con una terminologia tutta propria, piena di esagerazione. Le vie, in cui già sono scesi i concerti musicali a suonare su e giù le loro marce, brulicano di gente, sul viso della quale si legge una gioia insolita. E le campane suonano ancora, e le loro note, inneggianti al giorno lietissimo, echeggiano per le valli, si estendono nel piano, si propagano ai paesi vicini. E' tutto un aspetto nuovo: è festa: dalle campagne all'abitato è un ondeggiare di popolo accorrente al rito singolare. Nel tempio il Vescovo, seduto sul suo trono, attende che il clero si ordini per procedere alla consacrazione del nuovo altare. E te popolane si riversano a ondate, con le tovaglie di lana o i fazzoletti dai vivaci colori sul capo, le gonne e i corpetti gialli o turchini. Il sole alto ha popolato di mille riflessi le vie e la piazza. I suoi raggi, battendo sui cristalli delle campanine delle lampade a gas, ne traggono dei lampi e dei guizzi iridescenti. Il rito mistico è finito e il popolo esce, attendendo che si formi il corteo per la processione commemorativa.

I che belle nucelle, che belle nucelle!...

Siente comme sònene, sìé...!...

Acqua fresca. chi vo' vivere!...

Refrescatev' ò cannarone , figliole!

Una sorda na ventaglio; sciasciateve!...

E nel trambusto il popolo s'agita. freme, ondeggia. Il buon contadino compra o fil'e nucelle o ‘a ‘nzerta e castagne o u susamiello o na meza libr' ‘e copeta per portarli, in segno di festa o, come dicono, pe devozione, alla sposa e ai figliuoli, che son rimasti a casa. Là un giovanotto dal cappello a cencio, infiorato da un fiore di carta rossa, compra un bicchiere d'acqua, annebbiata d'anice, e l'offre, con galanteria goffa, alla sua promessa, che lo sorbisce sorridendo, avendo gli occhi bassi e facendosi rossa in viso. Qua un altro giovanotto, con i guanti alle mani, benché nel mese di agosto, con l'abito nero, tagliato all'inglese, e col cappello duro (a mezzetto, dicono i buoni paesani!), s'avvicina alla baracca (la storo, dice lui) del gelatiere e chiede un bicchiere di sorbetto per la fidanzata e una mezza bottiglia di birra per sè. Dopo aver tracannato il bicchiere di birra, gitta, con tal quale trascuratezza da gran signore, una bella moneta luccicante, nella guantiera e, dando il braccio alla fidanzata, s'allontana tronfio e pettoruto. Il gelatiere si frega le mani e, sorridendo, mormora tra i denti: Ne venesser' assai de ‘sti pachiochi. Così questi poveri illusi della meschina e angusta vita del paese fanno ridere sui loro atteggiamenti da evoluti. E quando saran finiti i pochi dollari portati dall'America? Ma intanto la campanella squilla a lungo e sulla porta principale della Chiesa comparisce la croce. I preti intonano i loro salmi e le donne sacciabattono dietro, in lunghe file, ripetendo le loro invocazioni. La processione s'avvia, snodandosi calma e solenne, per le vie, mentre sul pallio e sui preti cade tutta una pioggia di fiori freschi e profumati, di petali staccati, carnicini e vellutati di fronde imperlate di rugiada, di cartelline delle scritte laudative. Dalle porte e dagli usci escono i fedeli offrendo con le lacrime agli occhi , i loro doni votivi alla Santa ch'essi invocarono nel periglio, che li aiutò nella necessità, che li soccorse quando le risorse umane si rivelarono insufficienti. Dopo aver percorso l'abitato e le campagne tra i borghi la processione rientra e la vecchia Santa, orante e benedicente, s'installa nel nuovo trono per Lei costruito, mentre un concerto di violini, soave come armonia ne accompagna i versi del rito, e fuori, cento colpi succedentisi e inseguentisi nel velo azzurro, sfolgorante di sole, annunziano alle genti il compimento del voto degli Apollosani. Terminati i riti ecclesiastici il popolo si ritira a casa per il necessario ristoro. Ma, appena passate le ore afose della calura, esso si riversa nelle vie popolate di tonde giovanette. ballanti coi loro garzoni, al suono degli organetti o dei tamburi e segnando il ritmo con le nacchere, le loro danze rusticane. Sopraggiunge la sera e le vie e la piazza s'illuminano in un trionfo di fiammelle, dai colori vani, i concerti musicali gareggiano nell'esecuzione dei brani migliori di maestri nazionali ed esteri, e il popolo gode queste ore d'intenso godimento, come meglio le condizioni educative lo ha reso capace di trasformare in sentimenti le diverse percezioni. Gli strumenti musicali emettono ancora le note più alte quando, tra il fogliame lontano, si sente uno scoppio, a cui segue un innalzarsi di guizzi gialli, seguiti da una pioggia di stelle e scintille. Con i fuochi è finita la festa. Tutti, contenti e soddisfatti, si avviano al riposo, per levarsi domani e ripigliare il lavoro, fortificati, benedetti, santificati. La vecchia Santa che tutti onoriamo stenderà continuamente sul capo di tutti la sua mano scarna e benedicente.